nomi cose città (aka quello che Erica Mou dovrebbe imparare da Carlo). Parte Prima: Gomma

Sanremo fitta camere per habitué, e pure i fiorai hanno finito le combinazioni di composizioni.
Belén dalla sua ha esaurito le scorte cittadine di crisantemi, auspicando la dipartita della Mrazova: purtroppo la modella ha sfoderato una risata suina su silhouette equina che cozza con la scaletta studiata sul rigor mortis. La sua scalinata di gaffe è “così troppo italiana” da metterla in lista d’attesa per un personaggio di Boris, la sua postura da irresistibile queen of the jungle la condanna all’estradizione.
L’incontenibile cavalla sfuggita diograzie al radiocontrollo non è l’unica manifestazione di giovanil incoscienza sul palco. Qui prendiamo in esame due emanazioni border line della SdDD (sindrome dissociativa della debuttante): piccole donne agli antipodi in una scala che va da A ad A, dove la prima A vale doppio (Ambizione Autoriale) e la seconda fa il jolly (Amore GGGiovane).
Erica Mou vs. Celeste Gaia, aka la Castigatrice della Chirurgia Plastica vs. l’Icona Prossima Ventura del Plastic.
La prima c’ha un nome caramellato ma indossa colori pastello su atmosfere autunnali, sciogliendosi in bocca prima che qualcuno (a torto) la paragoni alla Deschanel. Erica Mou dichiara l’intenzione di invecchiare male, e stavolta ci riesce bene riciclando l’immaginario uncuoreeunachitarra dove le foglie secche sanno di Elisa dei tempi di Luce, ma basta una lampadina a basso consumo energetico per mostrarne tutte le grinze della vasca da bagno del tempo. Molleggiando tra la dichiarazione d’indipendenza dal cliché e l’incarnazione dell’indiependente vestita di canapa, lascia mettere agli altri gli orecchini pesanti, ma si sobbarca l’intera zavorra del Qualunquismo Storico.
La vasca da bagno è un lusso da trilocale. Come il femminismo gommoso della cliente abituale di Muji.

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scegliere un uomo o prendere il volo.

Ho volato sull’aereo più grande tra tutti quelli usati per le tratte europee. L’ha detto una hostess, ho pensato fosse una profezia autoadempiente di titanica memoria. Ho sparso post-it nostalgici su una decina di sedili. Quando non senti l’urgenza di andare in alcun luogo, allora trovi stupide le cose simpatiche e singolari gli sconosciuti che ti urtano con la valigia. Ho comprato un lemure di pezza con due biglie di vetro viola al posto degli occhi. Ho creduto fermamente di morire se la musica fosse finita: l’ipod ha retto 4 ore senza batteria. Ho creduto fermamente di piangere se non avessi visto una cosa divertitamente inutile entro mezz’ora: l’Alitalia ha cambiato le tazze per il tè.

Ho ringraziato la hostess. La stessa di prima, l’aereo è atterrato e ho sorriso fino al mio accampamento di brina polverosa e scatole scoperchiate.

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Trovare nuovi stimoli, in saldo.

Chiara si è iscritta in palestra. Oggi parlerà di sé in terza persona nel tentativo di sdrammatizzare il microdramma di aver scisso la sua personalità multipla ma poco duttile dal suo altrettanto inflessibile corpo.

Ha pensato che ci sono un sacco di buone ragioni per iscriversi in palestra. Le palestre ti applicano uno sconto perché hai meno di 26 anni, cui si somma un ulteriore sconto perché stai ancora studiando. In pratica ti fanno lo sconto perché sei fuoricorso, e tale comportamento anomalo è già un incentivo a regalargli parte del tuo stipendio.

Ha pensato che le palestre sono un ottimo punto d’osservazione, meglio degli aeroporti che ormai sono un non luogo comune abusato oltre che emotivamente svilente data la percentuale di abbracci a volo in partenza. La presenza di almeno 20 emuli di Collo nel posto deputato ha certificato la sua supposizione. L’ulteriore carenza di esemplari dall’eloquio articolato quanto le rispettive articolazioni ha acceso in lei un inedito mix di interesse antropologico e fascinazione esotica (cfr. foto).

Ha pensato che nonostante si ritenga un’ottima osservatrice della specie umana, non aveva mai visto un esemplare di razza canina vestito da Hello Kitty con il collare comunemente utilizzato dagli esemplari di razza umana post incidente automobilistico. La presenza dell’impensabile animale ha costituito il tassello finale del puzzle provvisoriamente intitolato Trovare Nuovi Stimoli in Saldo e Non è una Canzone dei Velvet.

Nota integrativa: Chiara ha provato a immortalare il cane possibilista con il suo nuovo supertelefono il cui “aiutante vocale” chiama solo i nomi in rubrica senza R per evidenti problemi in fase di progettazione, ma alle parole “oooooh, che carino, gli posso fare una foto?” l’animale deve aver intuito l’intento derisorio che la sua padrona non ha manco considerato. Sarà per la prossima volta.

Nota integrativa n. 2: Chiara ha cercato una palestra tipo quella di cui sotto, anche in onore della dedica apposta sulla sua tesi di laurea (per cui le verranno probabilmente tolti 6 o 7 punti causa Attentato all’Austerità dell’Istituzione Universitaria), ma la probabilità di prendersi un fungo era inversamente proporzionale a quella di imbattersi nell’ispettore Coliandro. Ha desistito. Per ora.

 

 

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ricominciamo

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Lust for Life (…)

(non) buttiamoci giù.

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Saggezza Trivalente, promemoria ad (ab)uso letterario

S.: «Bisogna aprire le finestre ogni tanto, sennò l’aria non cambia mai

*c: «Mai aprire una finestra se non sai da che parte affaccia»*

*perché abitare da tre anni in un monolocale con doppia esposizione non t’insegna solo a che ora conviene lavarti i capelli perché asciughino al sole mentre scrivi futilità al computer/guardi futilità alla Tv.

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L’atavica paura delle cose verdi fatta uomo

Quale attendibilità può ispirarti un simile personaggio tanto da spingerti a chiedergli informazioni stradali?

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Perché, come dice la mia amica S., «mai dire a uno che è bipolare, prima o poi ne troverai uno vero e allora saranno cazzi»*

Cerco una cosa e ne trovo altre quattro. La dimostrazione che sono quadripolare. Quadripolare per quattro che fa sedici di cui non conosco le implicazioni numerologiche ma mi sembra una cifra piuttosto insipida, non fosse altro che si piazza fuori dalla top ten e dopo la metà della top twenty. Insomma a Trl mi passerebbero in formato ipercompresso con voce over di Valentina Correani.

L’hard-disk dice Cancella, io schiaccio Incolla.

*La mia amica S. non avrebbe mai detto «e allora saranno cazzi», lei ha sicuramente usato una perifrasi della perifrasi che non ricordo perché la mia mente rielabora i dialoghi come li direi io che è un ulteriore sintomo di patologia mentale il cui nome scientifico è TuttoNellaVitaFaLetteratura/SoprattuttoL’Idiozia.

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Ma la notte paga in contanti

L’80% delle mie amiche ha un secondo nome. Il 50% di queste ha davvero un secondo nome, quindi il 50% ora ha tre nomi su Facebook. Io non ho alcun secondo nome, né su Facebook né altrove. Evidentemente mia madre ha ritenuto che un ossimoro vivente potesse restituire il mio quadro psichico, e il repertorio musicale che ascolto sotto la doccia dimostra che non ho tradito le aspettative. Non canto le sigle dei cartoni animati perché non so le parole, il che probabilmente dimostra che ho avuto un’infanzia più ricca di stimoli culturali alt(r)i rispetto all’adolescenza che ne sarebbe seguita. Ascolto sempre le stesse canzoni, il che non dimostra necessariamente che non ne abbia mai ascoltate altre. Avrei voluto il nome di un continente, anche se Asia fa un po’ zoccola e Africa un po’ troppo missionaria. Non so se sono un segno d’acqua o d’aria, ma temo di non essere un segno di fuoco e credo che le opzioni fossero quattro ma dopo il fuoco non mi viene in mente niente. Ho la divorante paura di essere un segno d’aria, ne ignoro le implicazioni astrologiche ma l’aria cambia troppo spesso anche per una che afferma di nuotare con entusiasmo nella società liquida. Ecco, probabilmente sono un segno d’acqua. Se fossi un film sarei un telefilm con una trama orizzontale di alcun interesse per l’universo mondo e una sfilza di episodi filler di minimo interesse per i personaggi di contorno. Se fossi un libro me lo dovrei autopubblicare. Se fossi una canzone non direi a nessuno di avere l’orecchio assoluto (cosa che non ho mai detto, non in questi termini, semplicemente in prima media sapevo replicare le canzoni degli spot con la diamonica e mia zia dice che se mi fossi impegnata avrei potuto imparare a suonare una tastiera con entrambe le mani). Se fossi una canzone questa notte sarei questa. E vorrei un secondo nome, per cambiarlo ogni un po’.

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Roger & la camicia di Roger, leggi anche: esattamente *quando* sono diventata seria?

Mentre il mio sottiiile senso dell’umorismo ingrassa a forza di tragicomici scossoni che aspiro a trasformare in una sceneggiatura e inizio a sembrare la patetica caricatura di un camionista tanto che le mie amiche mi attaccano il telefono in faccia asserendo che la mia conversazione è sconveniente. Mentre realizzo che alcuni ragazzini presumibilmente 13enni stanno mettendo in scena i preliminari di un ménage à trois sugli scomodissimi sedili di un tram in pieno assolato pomeriggio di un giorno che è maggio ma pare luglio per cui mi limito a pensare di avere le visioni e alzo il volume dell’iPod sui 13th Floor Elevators. Mentre penso che questa città è diventata troppo piena di sconosciuti che (ti) parlano persino per me che attacco a parlare con gli sconosciuti sui mezzi pubblici. Nel mentre di tutto questo Mimmo & Roger attaccano a parlar(mi). Io sto ancora ascoltando i 13th Floor Elevators (youregonnamissmebaby), quindi non ci capisco una mazza. Mimmo & Roger, cioè quelli che conosco come Mimmo & Roger quando – visibilmente seccata – mi sfilo le cuffie, continuano a parlar(mi). Si presentano e mi chiedono come mi chiamo. Glielo dico, abbassando la voce sulla seconda sillaba come quando stavo alle medie ché sinceramente non ho voglia di sentire battute sulla mia «r francese molto sexy» o sulla mia «r francese molto nerd». Soprattutto da uno che si chiama Roger (…) Vabbè. Mimmo & Roger hanno fatto una scommessa. Non sono interessata ad approfondire, per cui faccio una battuta idiota e visibilmente seccata sull’evidenza della mia maglietta con su scritto «OGGI MORDO». Loro ridono (troppo) e mi rassicurano che «vabbè, si vede che sei uscita ora di casa per prenderti una pizza e poi devi tornare a studiare». Io penso che no, io con quella maglia ci vado a lavorare, e ci vado a cena quelle rare volte che vado a cena, e ci esco con la gente quelle rare volte che esco con la gente. E insomma, cheppalle, ho la faccia di una che studia anche quando ho smesso di studiare. Comunque nella mia mente si staglia Il Panorama Apocalittico (e riutilizzabile per chissà che tragicomico dialogo di chissà che tragicomico romanzo) di chissà che sordida scommessa che coinvolga una potenziale 17enne che è scesa di casa per prendersi una pizza eppoi tornare sui libri della maturità.

«La camicia». «Che?». «La camicia di Roger». «Che?». «Vero che fa SCHIFO?!». «Ah». «In effetti sì». «Te l’avevo detto io!!». «Però non ha molto valore detto da una che è scesa vestita così per prendersi una pizza eppoi tornare a studiare».

(Tra parentesi: la camicia di Roger aveva la scritta Roger sui polsini e dietro al collo. Roger vuole ancora credere che lo paghino troppo poco per comprarsi cose migliori, io voglio ancora credere che da qualche parte in questo mondo esista una marca di camicie che si chiama Roger).

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